Quando morì Giovanni Falcone ero in America

di Gabriele Bonafede

“Chi ci parti pi la Mirica? A Mirica è cca!” (Che ci parti in America? L’America è qui!). Ci siamo dimenticati del refrain, del ritornello, che si diceva a Palermo tra chi aveva la capacità di “arrangiarsi”.  Palermo era, fu, ed è tuttora “l’America” per certi versi e per certi ambienti.

Albero Falcone a Palermo. Foto di Giulio Azzarello. Tutti i diritti riservati.

Partii lo stesso per l’America, nel 1991. E ci rimasi fino al giugno 1993. Andando e venendo quanto più possibile e così stare vicino alla famiglia: mio figlio nacque, a Palermo, pochi giorni prima della strage di Capaci. A ogni suo compleanno ricordo che poi c’è quell’anniversario.

L’anniversario di tutti i palermitani, amici e nemici. Ricordo sempre il “numero” dell’anniversario Falcone, adesso 25, perché è il numero degli anni di mio figlio.

Dovetti partire. Volevo partire. Perché avevo studi ed esami in America, lavoro di assistente in America, interessi culturali in America, ma non volevo rimanere “dove c’è l’America”.

Vedevo le cose da lontano, in un’epoca nella quale non c’erano i giornali online e si potevano comprare solo quelli cartacei del giorno dopo, quando andava bene. La TV degli Usa dedicava poco o nulla all’Italia, se non per parlare della profonda crisi politica e identitaria di quegli anni.

Tornai per un periodo più lungo, come ogni estate. Ed erano solo poche settimane dalla tragica scomparsa di Giovanni Falcone. Ero un palermitano alieno.  “Alien”, come direbbe oggi quel tomo di Trump. E come si segnalava, all’epoca e forse ancora oggi, nella propria descrizione generale in inglese-usa in quanto a cittadinanza: in ogni passaggio burocratico da immigrato, compresa l’immigrazione “culturale”, quella per studiare e fare ricerca.

Il presidente Usa era ancora Bush-padre. Mentre il sindaco di Palermo era già Orlando.




Alieno all’estero e alieno in casa propria, la cosa mi ha dato per lo meno la possibilità di accomunarmi con una nota battuta di un grande palermitano, Enzo Sellerio: non vivo a Palermo ma a casa mia.

Straniero in casa propria lo sono, e forse lo sono sempre stato. Me ne dolgo, ma lo accetto, tanto da avere sempre fatto di tutto per tornare sempre più spesso a Palermo. Da venticinque anni a questa parte sono pure stato a Palermo, sono andato via e sono tornato tante volte. Quasi stabilmente da circa cinque anni: dal ventesimo anniversario. Fino a decidere di viverci quanto più possibile, tra un impegno di lavoro e l’altro.

Adesso siamo al venticinquesimo, vivendo, culturalmente, più in America che in Italia.

E credo di essere tuttavia alieno. Perché, e lo dico con orgoglio, non ho mai incontrato Giovanni Falcone di presenza. L’ho incontrato invece leggendo. A partire dall’intervista di Marcelle Padovani. Letta in lingua originale francese, da alieno.

Credo che siamo rimasti in pochi, gli alieni. A leggere, a ricordare. Dopo venticinque anni, guardo la sarabanda di ipocrite commemorazioni e capisco che ero e sono ancora in America.

 

Foto in copertina e nel testo di Giulio Azzarello. Copyright e tutti i diritti riservati.