Dalla Napoli-Portici all’arretratezza del Regno borbonico

di Pasquale Hamel

Il 3 ottobre 1839 veniva inaugurata la Napoli-Portici, la prima ferrovia costruita nella penisola italiana. Si trattò, sicuramente, di un evento importante che, allora, poneva il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia fra gli stati italiani.

Quegli “appena” 7 km e 250 metri sui quali correva una locomotiva Bayard costruita nella fabbrica inglese Longridge, che trainava sette vetture, sembrarono aprire una nuova epoca per il Mezzogiorno e assegnare al regno borbonico la fiaccola della modernità italiana.

Mappa della ferrovia Napoli-Portici

Mappa della ferrovia Napoli-Portici

Ma quando Garibaldi, il 7 settembre 1860, entrò a Napoli costringendo Francesco II, l’ultimo sovrano borbonico, ad asserragliarsi nella fortezza di Gaeta nel disperato tentativo di difendere la sua corona, le ferrovie in esercizio nell’intero Regno Due Sicilie, raggiungevano appena i 99 km.

In ventuno anni, da quel 3 ottobre, l’indubbio primato iniziale era stato, dunque, annullato. E tutto perché erano mancati gli investimenti nel settore per incapacità dei governanti, per la dilagante corruzione della burocrazia borbonica ma, anche, per la difficoltà di reperire le risorse necessarie a proseguire in modo coerente allo sforzo iniziale.

Eppure, su quell’iniziale avvio, la retorica anti-unitaria ha costruito e consolidato negli anni una narrazione entusiasticamente positiva del regno borbonico che è stata acriticamente accolta da larghi settori opinione pubblica meridionale.

Proprio questa opinione pubblica non ha tenuto conto, per disinformazione o superficialità di approccio ai dati reali che, nel periodo che precedettero, quel primato era ormai passato al regno di Sardegna che si candidava, dico legittimamente, a divenire il motore della costruzione dello Stato italiano.

Le ferrovie italiane al momento dell'Unità d'Italia (1861) e nel 1870. Notare la limitata estensione delle ferrovie nel Regno delle Due Sicilie rispetto alla rete di altri Stati pre-unitari. Notare anche l'enorme sforzo fatto dal Regno d'Italia nei primi dieci anni di vita per collegare Nord e Sud, con un'estensione percentualmente enorme anche per il Mezzogiorno, compresa la prima apparizione delle ferrovie in Sicilia

Le ferrovie italiane al momento dell’Unità d’Italia (1861) e nel 1870. Notare la limitata estensione delle ferrovie nel Regno delle Due Sicilie rispetto alla rete di altri Stati pre-unitari. Notare anche l’enorme sforzo fatto dal Regno d’Italia nei primi dieci anni di vita per collegare Nord e Sud e sviluppare la rete, con una crescita percentualmente enorme anche e soprattutto per il Mezzogiorno, compresa la prima apparizione delle ferrovie in Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia

Proprio il regno di Sardegna, sotto l’illuminato governo di Camillo Benso di Cavour, con l’appoggio del sovrano sabaudo, aveva impresso una forte accelerazione al processo di ammodernamento dello Stato realizzando conquiste significative sia sul piano economico che su quello sociale.

Tornando alle tratte ferroviarie, quelle in esercizio in Piemonte e in Liguria all’alba dell’unificazione del paese raggiungevano infatti una estensione di ben 850 Km, un risultato che ridicolizzava il sistema del trasporto su rotaie del regno meridionale.

Un risultato che appariva ancor più significativo se si fa un confronto con la dimensione territoriale dei due regni. Mentre il regno sabaudo poteva su 25 metri per km quadrato, quello meridionale non superava lo 0,9 metri.

Ma è allargando lo sguardo agli altri stati preunitari che l’arretratezza nel settore del regno borbonico appariva era ancor più marcata. Il Lombardo-Veneto, appartenente all’impero austroungarico, nello stesso periodo poteva già contare su 522 km di linee ferrate, corrispondenti a 10,6 metri per Km quadrato, il granducato di Toscana, sul quale regnava un sovrano della casa d’Asburgo, ne aveva realizzato 257 km, cioè 11,2 metri per Km quadrato e perfino lo Stato della Chiesa, sicuramente il più arretrato della penisola, disponeva di ben 101 Km corrispondenti a 2,6 metri per chilometro quadrato.

Questi numeri evidenziano una condizione di assenza di un’infrastruttura indispensabile per avviare la crescita economico e sociale del territorio visto che proprio sulle ferrovie correva la storia dello sviluppo, nel XIX secolo.

Della storia di questo disastro, come abbiamo scritto, non c’è però traccia nei racconti di quanti alimentano la retorica anti-unitaria la quale continua a tramandarci il mito di un regno florido la cui scomparsa ha costituito una vera e propria tragedia per il meridione e per i meridionali.

 

Immagine in copertina tratta da Wikipedia. Ferrovia Napoli-Portici, di Salvatore Fergola, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1661844

Mappa della ferrovia Napoli-Portici tratta da Wikipedia. Di: L’utente che ha caricato in origine il file è stato Bacefik di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46287188

Mappa delle ferrovie del Regno d’Italia al 17 marzo 1861 tratta da Wikipedia. Di Arbalete – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12355921

Mappa delle ferrovie del Regno d’Italia al 1871 tratta da Wikipedia Di Arbalete – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14687060