Post-produzione o fotoritocco nel lavoro di fotografo. Un commento di Tony Gentile all’opera di McCurry

di Anna Fici

Per un fotografo della levatura di Steve McCurry, che fin dal 1986 è entrato a far parte della Magnum Photo, la deontologia professionale è molto importante. L’incidente verificatosi nell’aprile scorso a seguito di un commento all’uso maldestro di Photoshop su una fotografia scattata a Cuba nel 2014 ed inserita tra quelle che costituiscono la mostra Il mondo di Steve McCurry, ha avuto molta eco.

Alla GAM di Palermo è in corso la mostra fotografica di Steve McCurry dal titolo "ICON". In passato ci sono state posizioni diverse sul tema "Postprduzione o fotoritocco" a proposito di fotografe dell'artista.

Alla GAM di Palermo è in corso la mostra fotografica di Steve McCurry dal titolo “ICON”. In passato ci sono state posizioni diverse sul tema postproduzione o fotoritocco, a proposito di fotografe dell’artista.

Vediamo di capire perché. La fotografia, a differenza di altri mezzi espressivi quali la scrittura o la pittura, è da sempre condannata a non poter prescindere dal referente reale. O, almeno, ci ha tradizionalmente offerto una certezza: che al momento dello scatto i soggetti (persone e cose) che nella foto si possono vedere erano proprio lì, davanti al fotografo. In virtù di questa “certezza” le sono state erroneamente attribuite doti di maggiore veridicità rispetto all’espressione verbale.

Ciò l’ha resa il mezzo ideale e quindi prediletto per l’informazione di massa. Ma va innanzi tutto precisato che la fotografia analogica ha sempre mostrato la realtà, e non la verità; perché è chiaro che non si può accertare la verità su un fatto a partire da una piccola porzione di realtà. La fotografia, anche nella versione più tradizionale, è l’esperienza che un fotografo fa di una certa realtà in cui si imbatte.

Quindi, esattamente come per i giornalisti della penna, i giornalisti della luce devono essere dotati di onestà intellettuale. Per questo, l’incidente di McCurry ha destato particolare scalpore: perché ha messo sotto gli occhi di tutti ciò che in fondo tutti sappiamo, ovvero che con il digitale la condanna al referente reale è un po’ meno pesante. Più che un obbligo è diventata una scelta, visto che basta un timbro clone per spostare un elemento ricostruendo il contesto come se quell’elemento non fosse mai stato presente nell’immagine.

Locandina Mostra McCurry alla GAM PalermoA questo riguardo ho voluto raccogliere il commento di un altro fotografo di fama: Tony Gentile, di cui ci siamo già occupati in un precedente articolo.

Chiedendo quindi a Tony, da collega che partecipa dei medesimi problemi professionali, cosa pensi del caso McCurry:

“Distinguerei il caso Mc Curry su due piani differenti: una questione estetica e una questione etica. Sul piano estetico e di documentazione il lavoro di Mc Curry è notevolissimo, e tu hai descritto bene le emozioni che molti visitatori provano visitando le sue mostre.”

“Sul piano etico però, la scoperta di alcuni grossolani errori o volontarie mistificazioni, ha generato una sorta di sfiducia da parte di molti osservatori.”

“La foto di Mc Curry è pur sempre una fotografia documentaria e immaginare che le cose che lui ci mostra possano essere frutto di una trasformazione digitale risulta insopportabile. Solo una foto? Forse un paio di foto? Purtroppo sono sufficienti per minare la credibilità di un fotografo, e questo è successo a Mc Curry.”

“Il problema è antico e periodicamente si ripropone. Seppur per ragioni diverse, per anni si è messa in dubbio la credibilità di Robert Capa per la foto del miliziano, fino a quando sembra che tutti si siano convinti che quella foto è vera. La prova di questo stava anche nel fatto che Capa aveva realizzato un lavoro straordinario e alla fine è stato ucciso da una mina. Questo significa che lui in prima linea ci andava veramente.”

“Allo stesso modo il lavoro di Mc Curry nella sua totalità dimostra ben più di qualche foto taroccata. Grave errore è vero, da stigmatizzare, ma pur sempre troppo poco per mettere in discussione un’intera produzione decennale.”14694749_10154380158493780_900478804_n

“Spero soltanto che da adesso in poi i visitatori vadano a vedere le foto di Mc Curry con lo sguardo libero, privo di pregiudizi per cercare di comprendere i suoi racconti senza portarsi dietro una lente di ingrandimento a caccia di errori da fotoritocco.”

 Concludendo, mi sento di affermare che l’incidente occorso a McCurry in fondo ci ha fatto un favore: ci ha dato l’opportunità di prendere definitivamente coscienza che la fotografia è come una lingua, con la quale si possono esprimere poemi e raccontare barzellette, dire la verità e mentire.

Ogni elemento di questa lingua è significante. Il colore di McCurry per esempio è un’esaltazione della natura ma non è naturale, come non lo è mai stato il bianco e nero. Entrambi sono una mediazione con il reale. La predilezione del reportage classico per il bianco e nero, anche dopo l’avvento del colore e persino dopo l’arrivo del digitale, è una scelta espressiva che di solito viene fatta per estrapolare gli elementi del racconto dal flusso delle cose che abbiamo costantemente sotto gli occhi, di ciò che percepiamo come banale e quotidiano. Ma il colore di McCurry per esempio, proprio perché non naturale, svolge la stessa funzione del bianco e nero: isola e concentra l’attenzione, sospende gli elementi, li inserisce in una particolare bolla, in una atmosfera unica.

 

In copertina: Steve McCurry in una foto tratta da Wikipedia. Di Arupkamal – SteveMcCurry at KL MY by Ahmed Arup Kamal.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17934669