Più che Peppone e don Camillo

di Pasquale Hamel

“Il dottor Giovanni Gibilaro ed altri militanti del Movimento Sociale Italiano, nel trigesimo della sua morte, ricordano alla cittadinanza e soprattutto ai giovani SALVATORE HAMEL raro esempio di coerenza politica e di onestà. Comunista convinto egli soffrì per le sue idee la galera e il confino. Nel momento in cui poi, dopo 20 anni di attesa, la sua parte politica prevalse Egli non approfittò della vittoria né per vendette né per onori. I suoi avversari politici di sempre nel momento della sua dipartita gli porgono l’estremo saluto.”

Soprattutto oggi, tempo in cui a chi non la pensa come noi si augurano le più grandi disgrazie e, magari, sì la ghigliottina, si rimane alquanto perplessi a leggere questo scritto che, come manifesto pubblico, tappezzò le strade di Porto Empedocle. Come mai dei nostalgici fascisti celebravano uno dei loro più irriducibili avversari. Chi era questo personaggio che meritava un simile omaggio? Porto Empedocle e Agrigento tratta da salvofuca_blogspot_com

Per capire la vicenda bisogna spendere qualche parola sul dottore Gibilaro e poi, ancor di più, sul personaggio così benevolmente celebrato.

Giovanni Gibilaro era uno stimato medico empedoclino, appartenente ad una famiglia borghese tradizionalmente schierata sulla barricata della destra nazionalista prima e fascista dopo. Era stato fra i pochi giovani che il crollo del fascismo non aveva piegato e, per questo motivo, nell’Italia democratica, aveva avuto qualche problemino. Se la fede fascista lo segnava profondamente, la generosità e la vicinanza ne facevano un campione di solidarietà. Era soprattutto un uomo coerente e amava gli uomini coerenti. L’amore per la coerenza spiegava il motivo di quel tributo inaspettato al vecchio marxista-leninista morto alla veneranda età di 90 anni.

Salvatoe Hamel con la moglie Ida e la figlia Lina in una foto del 1950.

Salvatore Hamel con la moglie Ida e la figlia Lina in una foto del 1950.

E andiamo al vecchio comunista, Salvatore Hamel, pecora rossa della mia famiglia.

Per cominciare, trascrivo il testo dell’informativa della Pubblica sicurezza che, dopo le note biografiche su di lui, avvertiva “…è intelligente ed ha cultura tale da renderlo capace di rivoluzionare qualunque ambiente, e perciò si raccomanda la massima sorveglianza”. Ed in effetti il nostro conosceva a menadito i testi sacri del marxismo-leninismo ed il suo eloquio impetuoso riusciva a scuotere anche gli animi più tiepidi. Un uomo che, però, non conosceva mezze misure. Al punto che, nel periodo di sua militanza milanese, si era scontrato con Filippo Turati che, come molti veri comunisti, giudicava troppo moderato.

Salvatore Hamel era un personaggio che, ancora a Milano, non aveva avuto paura di scontrarsi con le squadracce fasciste per difendere la Camera del Lavoro e, arrestato per questo motivo dopo essere stato malmenato, era stato rispedito con “foglio di via” nella Porto Empedocle dalla quale era partito anni prima.

Arrestato per associazione sovversiva nel dicembre del 1926, era stato inviato al soggiorno obbligato a Lampedusa. E da quel momento la sua vita diventò un inferno. Intimidazioni, perquisizioni, per lui e per la di lui famiglia, fino alla fatidica notte di Natale del 1937. Quando, ancora una volta fermato, veniva portato davanti alla Commissione prefettizia per il confino di polizia e, nonostante il consiglio dell’avvocato, alla domanda “Voi siete comunista ?” che il Prefetto gli poneva augurandosi una risposta meno netta che gli avrebbe risparmiato di mostrare il volto cattivo dell’amministrazione, rispondeva con orgoglio: “Lo sono stato e lo sarò sempre fino all’ultima goccia di sangue !”. confino_gramsci

Il Prefetto, sconfortato da quella irriducibilità che non gli consentiva come avrebbe voluto di essere magnanimo, si limitò ad affidarlo ai suoi carcerieri liquidandolo con un “Beh, andate!”.

Il sovversivo venne, dunque, condannato a cinque anni di confino politico da scontare alle isole Tremiti da dove poté rientrare, finalmente libero, solo al crollo del regime quando furono liberati i prigionieri politici.

Tornato a casa, aveva ripreso immediatamente l’attività politica. Accanto a Cesare Sessa contribuì, infatti, a ricostruire le fila locali del partito. Un impegno che tuttavia non durò a lungo. Il suo rigore morale e la rigida formazione marxista infatti gli rendevano difficile accettare il nuovo corso. A questo punto avvenne la rottura con gli antichi compagni che lui accusava di trasformismo. Se la prese perfino con Togliatti che considerò un traditore della causa. Non rimase che la solitudine, quella di un idealista isolato intento a scrivere un ponderoso manuale di filosofia materialista che, anche per sua precisa scelta, non sarebbe mai stato pubblicato.

E siccome per campare qualcosa doveva pur fare, su pressioni della famiglia si mortificò chiedendo al comune di Porto Empedocle di essere assunto come custode al Cimitero comunale perché, come diceva, “era questo il punto più lontano dal consorzio umano.”

Proprio al Gibilaro, che l’avrebbe ricordato con quel suo coraggioso manifesto, giorni prima di morire, Salvatore aveva confessato “Lei è il solo avversario che stimo per il suo coraggio e la sua onestà e, del resto, noi comunisti e voi fascisti abbiamo perduto entrambi la guerra e il dopoguerra!”