Anche a Palermo esplode “Dreck”, una piccola bomba al Teatro alla Guilla

di Gabriele Bonafede

Cosa è per noi un immigrato che vende rose? Cosa è per noi un rifugiato? Cosa è per noi un immigrato, un clandestino? Ecco. Dovremmo iniziare, da mo’, a chiederci chi è. E se ce lo vediamo davanti come chi, iniziamo a pensare. E a chiederci cosa siamo noi. E non chi siamo noi. Dreck, potrebbe essere la risposta. Non ne scrivo la traduzione, cercatela nel dizionario tedesco-italiano, oppure nelle numerose pagine che lo hanno recensito.12512517_1227759653918031_2839478934369312031_n

“Dreck” di Robert Schneider è arrivato finalmente a Palermo. Una pièce scritta tanti anni fa e portata in Italia da Graziano Piazza fin dal 1997. Dobbiamo ringraziare il teatro Alla Guilla, uno dei piccoli-grandi teatri di Palermo, per averlo messo in scena proprio con Graziano Piazza e la regia di Cesare Lievi.

Sarebbe troppo poco dire che Graziano Piazza lo abbia interpretato come sempre: “riesce ad entrare nella pelle del suo personaggio”, oppure che “ne rende palpabile la provocatorietà”. Ieri, nella prima assoluta a Palermo, lo ha realizzato anche carnalmente. E abbiamo smesso di applaudirlo solo quando la pelle incominciava ad andar via dalle mani.

“Dreck” corre nel “terzo raggio” di chi è chi. L’iracheno vomitato dalla guerra fino in Germania o nella Padania. O in Sicilia, direttamente dal “CP Lampedusa”. Come parla, non lo sappiamo. Come pensa, non lo sappiamo. Scartiamo, scappiamo, tanto è meglio. “Cu minchia è”, diremmo a Palermo. Un nulla, un nulla che c’è. E si trasforma. Concede persino di trasformarsi nel “cosa” che siamo noi. “Aranc’in terra” non è abbastanza. È Dreck. È rifiuto. È oblio. È il futuro, specchio di nostro rifiuto.

Graziano Piazza in "Dreck" al Teatro Alla Guilla, Palermo

Graziano Piazza in “Dreck” al Teatro Alla Guilla, Palermo

Qualcuno ha detto, e scritto, che colpisce come un pugno. È vero. E penso anche più. “Dreck” colpisce persino come una spina di rosa. Entra nella pelle, ne esce il sangue, non possiamo che berlo per cercare di fermarlo, per sputarlo nuovamente, ma la ferita rimane. Pure quella della rosa. Rimane anche la rosa. Che, stavolta, non profuma, ma puzza. Di cipolla, di povertà, di quella povertà che in Sicilia abbiamo dimenticato troppo presto. Di quella emigrazione che in Italia abbiamo dimenticato troppo presto. Dove sono i veneti, i nonni degli italiani che ho conosciuto in Lot-et-Garonne? Dove sono i nisseni che sono, jadis, scappati a Milano? E i calabresi? Genitori e nonni dei milanesi di oggi. E gli italiani scappati oltreoceano. E i tedeschi, scappati ovunque nei secoli andati. Ma noi non lo sappiamo. Che ne sappiamo noi? La macchina è bella, l’appartamento pure. I figli, sono i nostri figli. Noi siamo al di qua del muro. Il muro che difende cosa da cosa. Loro sono svaniti.

Svaniti nel dreck. Copiosamente parla Sad, nomignolo triste per l’impronunciabile Saddam. Lui lo sa. E lo sappiamo anche noi, perché il tappo è tolto. A teatro, come quello di un bugiardo, di un logorroico che non fa male se è fuori da noi, oppure di noi. Lasciamolo in pace a vendere rose che è meglio. Fuggiamo. Lui comunque rimarrà schifo assoluto, pur di essere accettato. Si trasformerà in rifiuto, pur di non essere rifiutato. Per noi non c’è. Lo stesso.

Eh, no. Invece è qui, davanti a noi. Vende rose. Oggetti inutili. Che pungono. Vende rose. Sputando un sangue che una volta era il nostro.