L’uomo dello scirocco

di Pasquale Hamel

Non so se, accettando la vulgata popolare, si deve addebitare la colpa all’aria salmastra che impregna l’atmosfera locale nel paese sito in terra di Pirandello. O piuttosto, come invece sosteneva qualcuno più istruito, a certo degrado ambientale che in taluni momenti rende invivibile il paese. Indubitabile era che il concentrato di svitati o di semidementi che lo abitava era davvero sorprendente.

Per fortuna, la gran parte erano innocui. Poteva perfino dirsi che arricchissero il volto antropico dell’abitato. Infatti, piuttosto che essere emarginati dal resto della gente, trovavano ascolto e comprensione in quella dimensione solidale e umana che, forse, le nostre città d’oggi neppure conoscono.

Agrigento anni 50, foto tratta da da www.agrigentoierieoggi_it

Agrigento anni 50, foto tratta da da www.agrigentoierieoggi_it

Nuciareddu era tra questi. Alto e grosso, continuava ad essere considerato solo un giovanottone nonostante avesse ormai varcato la soglia dei cinquant’anni. E, per la verità, non fra i più simpatici a causa dei suoi modi, talora bruschi. Lo si vedeva aggirarsi a passo svelto per le strade cittadine, soprattutto nelle ore di gran calura, quando la gente se ne stava tappata in casa per sfuggire allo scirocco che soffiava implacabile, sollevando nuvole di quella polvere giallastra portata fin qui dai non troppo lontani deserti africani.

In bocca aveva sempre qualche mozzicone di sigaretta raccattata fra le basole grigie del corso o questuata a qualcuno che incontrava per strada. Voleva solo mozziconi. E guai a offrirgli una sigaretta ancora intera: al gesto cortese di chi si avventurava a dargliela rispondeva con una sorta di grugnito agitando scompostamente le mani. Ed era proprio quest’agitarsi il massimo di aggressività che ci si poteva aspettare dal personaggio perché non varcava mai quella soglia, almeno fino a quel giorno.

E vengo al racconto.

afaAll’incirca alle tre del pomeriggio di un’afosa giornata d’agosto, un grosso camion dal cassone coperto da un coloratissimo telone, sgommando, si arrestò proprio di fronte al Caffè Castiglione. Ne discesero due imponenti camionisti che, dopo avere dato un’occhiata attorno, si infilarono nel locale. A parte il solito Nuciareddu che continuava il suo instancabile “passiu”, un po’ per il caldo e un po’ per l’orario, la strada era deserta. E niente, proprio niente, faceva presumere cosa sarebbe successo di lì a poco.

Il nostro era arrivato, con il suo mozzicone pendulo fra le labbra, all’altezza del mezzo e qui si era fermato osservando attento quello strano telone color arancio. Qualche attimo appena, chissà cosa gli passò per la testa. E via con un salto, da fare invidia ad un olimpionico, scomparve dentro il cassone dalla parte in cui il telone offriva alla vista un ampio squarcio. Un istante dopo dal cassone, uno dopo l’altro, cominciavano a volare pacchi e pacchetti d’ogni genere che, ricadendo sull’asfalto, si aprivano facendo rovinare la merce a terra.

Con una rapidità che aveva dell’incredibile, e con uno sforzo altrettanto inverosimile, nel tempo impiegato dai due avventori per consumare un’estemporanea colazione fatta di gelato alla fragola e brioche, il cassone fu pressoché svuotato. E l’autore del misfatto, soddisfatto della sua opera, ne venne fuori districandosi fra le masserizie disastrate che formavano una piccola montagnola a pochi passi dal camion. Invece di darsela a gambe, di fronte alla sua strabiliante opera, Nuciareddu rimase là fermo, come imbambolato.Camion antico

Immaginate lo stupore, la disperazione e la rabbia dei due autisti che intanto avevano lasciato il caffè trovandosi di fronte a quel disastro. Le grida dei due arrivarono in cielo e la gente si precipitò nella strada a godersi lo scempio. Ci volle poco che ci scappasse il morto.

Nuciareddu, responsabile di quel disastro, fu fermato e portato via dal maresciallo per sottrarlo all’ira delle sue vittime.

In caserma, dove fu trascinato in stato di fermo per essere messo a confronto con i due autisti che gli inveivano contro, rimase di un candore serafico e con la mitezza di cui fino ad allora aveva dato prova. E disse: “ ‘nghia, un c’è cchiù munnu, un sulu un mi pagaru ma puru s’incazzaru.” (Caspita non c’è più mondo, non solo non mi hanno pagato, ma si sono pure arrabbiati).